Che razza di essere umano sarei se non andassi avanti?

Qualche tempo fa stavo guardando le Instagram stories di questa fashion blogger abbastanza famosa. Le sue fedeli follower le stavano facendo il terzo grado sulla sua vita amorosa e una di loro le ha chiesto com’è iniziata la storia con il suo attuale fidanzato.

La risposta è stata di una semplicità disarmante, di quelle che nella loro superficiale chiarezza ti lasciano lì come una cogliona, ad odiare la tua misera esistenza.
Suonava più o meno così: “Be’, ci siamo conosciuti circa un anno fa, e fin dal nostro primo appuntamento siamo stati bene o male inseparabili”.

Ora, so bene che sui social la vita è tutta vacanze mozzafiato, serate indimenticabili, soldi, location da film ed esperienze indimenticabili. E so anche molto bene che alcune ragazze, per mantenere quell’aura che le porta ad avere centinaia di migliaia di follower, talvolta devono scendere a patti con il loro vero io, rinunciare a carboidrati, gelati e alle giornate storte.

Non possono dire “Be’, oggi ci sono 40 gradi, facciamo che non passo 40 minuti in bagno a piastrarmi e truccarmi ed esco a fare la spesa conciata un po’ alla cazzo di cane”. Semplicemente, non possono. Che ci piaccia o no, la realtà in cui viviamo e di cui loro hanno scelto di essere protagoniste non glielo permette.

So quindi molto bene che quella dei social è una realtà filtrata alla sorgente che vive di ritocchi applicati con maestria su vite che, credetemi, non sono che pallide imitazioni di quelle che pensiamo di conoscere così bene esclusivamente scorrendo qualche foto perfetta.

Insomma, pur sapendo bene tutto questo, a me quella risposta lì ha fatto incavolare non poco.
Lo giuro su ciò che ho di più caro: non sono una che invidia vacanze, vestiti e borse firmate, inviti a eventi esclusivi o la possibilità di andare in palestra, poi a farsi un massaggio, poi le mani e infine un trattamento super rivoluzionario al viso, a orari che chi come me è incastrato in un lavoro 9-18 (18, magari…) può solo sognare.

No, io sono morta dentro esclusivamente per quella semplice frase. Mi è bastato un attimo e sono stata catapultata in un corridoio lunghissimo, stretto da claustrofobia, con migliaia di porte chiuse a negarmi una via d’uscita, i segni delle mie unghie, lacerate, su ognuna di esse.
Perché qualcuno dovrebbe avere la decenza di spiegarmelo: ma come accidenti fanno le persone a incontrarsi, piacersi e, semplicemente, diventare inseparabili? Incontrarsi, anzi, trovarsi, capirsi e dire: “Da oggi ci sei tu”.

Ve lo confesso, mi tremano le mani mentre scrivo. Ho il cervello leggermente annebbiato e non riesco nemmeno a mettere in fila le parole per costruire frasi che abbiano almeno la parvenza di essere minimamente interessanti. Ma non importa. Non è questo che importa davvero.

Quel che conta è che vorrei che qualcuno me lo spiegasse. Non so, m’immagino una cosa assurda come mettere nella stessa stanza tutti gli esseri di genere maschile con cui mi sono rapportata in questo altro anno sentimentalmente disastroso e chiederlo a loro. Perché loro, una risposta, non possono non averla, giusto?

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“Signori, ormai siamo qua”, direi loro, un gin tonic nella mano destra e una falsa sicurezza dipinta sul volto. “Giù la maschera e parlate liberamente: perché con me non funziona così?”

Io quel che potrebbero rispondere non lo so. So solo che non mi spaventa. La sete di verità è troppo forte perché io sia spaventata.

Sapete, ero solita incolpare loro per il fatto di essere single a 30 anni, la prospettiva dell’ennesimo weekend tra alcol e musica alta a essere l’unica cosa in grado di farmi tirare avanti durante la settimana. E credetemi, ho vissuto cose davvero brutte e per molto tempo incolpare i mostri che hanno annientato le mie notti era la cosa più logica e giusta da fare.

Ma archiviata la loro cattiveria, scesa a patti con il male e il risentimento, resto solo io. Ed è qui che dev’essere il peccato originale, giusto? Qui dentro, da qualche parte. Chi mi segue lo sa. Parlo sempre d’ingranaggi inceppati, di cose che non funzionano, pezzi di puzzle che non s’incastrano, mosaici che non formano nessun benedetto disegno.

Posso definirla davvero una colpa? Non lo so. Fatto sta che dev’esserci qualcosa al centro esatto della mia anima che non rende mai semplici, per me, le relazioni. Dev’esserci qualcosa, una scintilla impercettibile, una piccola fiammella che disturba il campo visivo di chi mi sta di fronte, qualcosa di ancestrale che anche il più semplice degli uomini riesce a percepire. Qualcosa che a me rende inaccessibile il: “Be’, ci siamo conosciuti e siamo diventati subito inseparabili”.

Una montagna altissima che io guardo dal basso, sicura di scalarla a piedi nudi, con uno zaino da 80kg in spalla. Uno tsunami che penso di domare con i braccioli e gli occhialini da piscina.

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Come ti senti? Sotto un temporale. Le luci si sono spente. La strada è deserta e le finestre delle case sono sbarrate. Sono a piedi. Il vento non demorde. Lampi. Tuoni. Un cane abbaia in lontananza. Ho perso le chiavi e la strada di casa.  La pioggia non mi permette di pensare. So solo che devo andare avanti. L’esistenza me lo impone. Che razza di essere umano sarei se non andassi avanti?

Se io non lotto per me stessa, in sintesi, perché dovresti farlo tu? Eppure mi sembra di lottare ogni giorno. Mi sembra. Eppure non sono mai abbastanza. Ed è questo che mi ferisce davvero a 30 anni. Non essere mai abbastanza perché qualcuno abbia voglia di conoscermi davvero.

La voglia, che concetto pazzesco che è la voglia. Instillare in un altro essere umano la voglia di conoscerti. Evocare in lui il desiderio di rinunciare a insignificanti scampoli della sua quotidianità per dedicarti del tempo. Non io, però. Non sono quel tipo di donna per la quale un uomo tira un sospiro di sollievo e si sente, per la prima volta nella sua vita, davvero fortunato.

Sono un ammasso di elettricità. Tensione. Un’anima feroce avvolta nell’involucro di una bomba nucleare. Nata sotto una stella doppiamente viva eppure morta millenni fa, di cui conservo solo la luce. Non c’è un “e vissero felici e contenti” sul mio cammino. Forse l’ho sempre saputo.

Forse, vorrei solo che fosse più facile. Come un Instagram Story. Come un filtro da applicare sulla foto delle vacanze, quella che ne hai scattate 47 prima di trovare l’angolazione giusta. Forse vorrei solo che ci fosse un percorso che qualcuno ha tracciato per me, qualche riga bianca su terra rossa da seguire, senza la possibilità di sbagliare.

E invece no. Niente notte degli Oscar, niente yatch a largo delle Hawaii. Resto sotto al temporale. Nuda. Senza chiavi di casa. Senza una strada da seguire. Domani è lunedì. Dicono che forse pioverà di nuovo.

 

 

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