Forse avevo solo bisogno di un po’ di Cose di questo mondo

Forse avevo solo bisogno di un po’ di Cose di questo mondo

Ultimamente ho bisogno di riempire gli spazi con delle emozioni forti. Che siano vere e proprie scosse elettriche al centro della mia pancia.

Giuro che non esagero: non riesco a leggere un libro, guardarmi un film, divorare una serie tv o ascoltare della musica se questi non mi creano un qualche cortocircuito neuronale.

Potrei stare ore a cercare di scandagliare i contorni di queste schegge mangiucchiate che a fatica compongono la mia psiche, tentando d’ingabbiare in un significato razionale questo bisogno, dandogli dei confini più chiari, magari imputandolo all’ex di turno, al ritmo d’una vita che chissà se è quello giusto, a una fortuna che ritarda e s’avvolge su se stessa.

Potrei. Ma stasera non c’interessa.

Quel che mi preme condividere con voi è l’effetto di questo bisogno. Qualche settimana fa m’aggiravo tra gli scaffali della Feltrinelli di Porta Garibaldi, a Milano. In una pausa pranzo d’un’ora che, tra che vai e torni alla scrivania, devi essere rapido, preciso e avere il fiuto che solo anni e anni tra i corridoi di mille librerie possono affinarti per non trasformare quei miseri 60 minuti in un flop clamoroso.

Dicevo, ero in Feltrinelli e maledicevo il momento in cui c’ero entrata. Non c’era verso che la sezione della narrativa contemporanea accendesse quella scintilla e al contempo placasse quel bisogno di shock emotivo. Niente, nessuna quarta di copertina s’incastrava con quell’urgenza. E allora mi sono detta: buttiamoci sui saggi. Non do mai abbastanza spazio alla saggistica: che sia qualcosa di più profondo, qualcosa che parla la lingua dell’apertura mentale ciò che il mio cervello mi chiede ultimamente?

 

Un nuovo viaggio

E così mi sono imbattuta nel mio nuovo viaggio. Approcciandomi con la curiosità di un bambino la prima volta che vede il mare, i piedini ben piantati in quel misto di sconcerto e libertà che è la sabbia bagnata dal sole, ho iniziato a sfiorare copertine e a leggere titoli. Non c’è voluto molto perché trovassi qualcosa capace di stuzzicare la mia curiosità.

Ora, forse non ve l’ho proprio detto, ma tra una lagna sugli ex e qualche considerazione sull’universo femminile, io sono del tutto innamorata di digital, social media e tecnologia in generale (su iGizmo.it, web magazine tutto italiano di tech, trovate vari miei articoli).

Soprattutto, mi appassiona quella più sbalorditiva, quella capace di conquistarti con la stessa capacità evocativa di un’avventura on the road. Quella che ti fermi e pensi “Non è possibile che qualcuno, da qualche parte nel mondo, proprio in questo momento, stia sviluppando una roba del genere”. 

E insomma, con quest’altra faccia di me a muovere i miei passi, mi sono imbattuta nel libro di Franklin Foer: I nuovi poteri forti: Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi. Praticamente la risposta alle mie preghiere.

A parte gli interessantissimi capitoli sui colossi californiani, però, dietro l’angolo, come vi ho anticipato, c’era il mio nuovo viaggio.
Da qualche parte, a un certo punto, Foer, introduce il concetto di Singolarità, e subito dopo quello di Trasnumanesimo.

Ora, per quelli di voi che non abbiano familiarità alcuna con questi termini, tra poco c’arriviamo. Intanto, iniziamo col dire che queste parole un po’ bizzarre hanno molto a che fare con l’intelligenza artificiale. Ma lasciate da parte Amazon Echo, i vostri smartphone, i robot che battono gli umani al gioco degli Scacchi.

Qui si gioca in Serie A, si sfondano i confini del noto per addentrarsi in un affascinantissimo ignoto, si ride in faccia alle immaginazioni più fervide e ci si perde, probabilmente per sempre. E oltre.

 

Vabbe’, ma di che si parla?

Iniziamo col dire che per singolarità tecnologica si intende il raggiungimento di un punto “nello sviluppo di una civiltà, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani” e questo di solito va di pari passo con l’avvento di una intelligenza superiore a quella umana. “Sarà molto di più di un’altra semplice rivoluzione industriale. Sarà qualcosa che trascende l’umanità e la vita stessa“, sostiene Jürgen Schmidhuber, c‎o-fondatore e Chief Scientist presso ‎l’‎azienda NNAISENSE‎‎, direttore del laboratorio svizzero IDSIA e da molti considerato come il padre dell’intelligenza artificiale.

La singolarità ha una platea di sostenitori di tutto riguardo, alcune delle menti più interessanti del nostro tempo. Per chi vede all’orizzonte questo tipo di sviluppo, la ricerca sull’intelligenza artificiale subirà un boost nei prossimi anni, tanto da creare un’intelligenza così evoluta che, se da una parte ci sfuggirà dalle mani, dall’altra ci aprirà un nuovo mondo, in cui l’essere umano sarà in grado di spogliarsi del suo guscio contenitore così becero e primordiale – aka, quel corpicino che ogni giorno m’affanno a rassodare in estenuanti sessioni in palestra, ma questa è un’altra storia – e vivere di pura mente, magari dopo averla caricata su qualche supporto tecnologico che ancora dev’essere inventato.

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E da qui si passa al Transumanesimo: la tecnologia che sconfigge la biologia. Con questa rivoluzione, non solo l’uomo potrà toccare vette assolutamente impensabili, ma potrà finalmente sconfiggere il fardello della mortalità e vivere per sempre. Le malattie che oggi non ci fanno dormire la notte, i problemi mortali, non saranno che uno sbiadito ricordo.

Ora, so bene come appare tutto questo: le farneticazioni di un branco di sciammannati, l’ennesima teoria strampalata che cerca di sublimare l’atavica paura umana per la morte e per l’ignoto, il cervello collettivo che mette in atto l’estrema tattica di sopravvivenza.

Anche se fosse unicamente così, non sarebbe già di per sé un fenomeno estremamente affascinante?

Eppure, se dietro queste apparenti farneticazioni, queste teorie apocalittiche e post-apocalittiche, si nascondono le menti più illuminate e interessanti del nostro tempo, forse vale la pena andare a vedere cosa combinano questi geni furiosi, soprattutto se alle spalle hanno multinazionali da milioni di dollari.

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Anche perché, inutile a dirsi, tutte le delizie della Singolarità non arrivano senza la loro buona dose di sfighe. Certo perché per abbandonare il classico human drama, di acqua sotto i ponti ancora ne deve passare, ecco perché qualcuno ha già pensato bene di formulare il concetto di esplosione dell’intelligenza: a un certo punto, con il progredire tecnologico, si creerà un’intelligenza artificiale di livello umano, una macchina “ultraintelligente” le cui attività intellettive praticamente sbeffeggeranno quelle umane – che se penso a quanto c’ho messo stamattina a leggere la mia busta paga, mi vien da dire che io a questa ultraintelligenza praticamente spalancherò una porta aperta.

E una di queste attività non è nient’altro che la costruzione di macchine. Insomma, a un certo punto le macchine si costruiranno da sole, diventando ogni volta sempre più potenti, lasciando l’umanità come il cane alla finestra, che guarda il padrone allontanarsi fino a scomparire. E non lo dico a caso, finirà che noi saremo per le macchine quello che adesso sono per noi gli animali da compagnia. E forse qualcosa meno.

 

Cose di questo mondo

Tutto questo per dirvi che: mi sono imbarcata in quest’avventura per me tanto assurda quanto straordinaria. Non ho competenze tecniche, non sono una matematica – e chi mi conosce qui morirebbe dal ridere – non sono una fisica e neppure una scienziata. Ma voglio capire meglio cosa sta succedendo nel mondo, e non voglio perdermi nemmeno più un secondo di quello che qualcuno, molto più intelligente di me, sta sviluppando da qualche parte, in questo modo.

Ecco perché il nome di questa umile rubrica: “Cose di questo mondo”.
Io lo zaino in spalla l’ho messo, e ho lo smartphone in mano, pronto a riprendere e condividere ogni futuristica ultra-ordinarietà.

E qualcosa mi dice che ne varrà davvero la pena.

 

 

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