Intelligenza artificiale e ingegno: l’alba di una nuova era?

Intelligenza artificiale e ingegno: l’alba di una nuova era?

Ci sono giorni – esattamente: 365 x 31 anni – in cui io penso che solo le parole possano salvarci. Sono giorni in cui ritengo una verità assoluta che l’espressione della bellezza dell’ingegno umano risieda tra le pagine di un libro o tra le righe di un articolo di giornale. 

Sono fatta così: se mi chiedete qual è l’unica costante assoluta della mia vita vi risponderò sempre “le parole”. E tutto quello che ci sta in mezzo. Cercando di dare un senso più ampio, potrei dire la comunicazione.

E anche se è vero che in pochi vivono di sole parole, magari scritte, e che per il resto dei comuni mortali le parole sono poco più di un hobby, se quell’hobby è ciò che ci mantiene sani, vale ancora la pena continuare a scrivere.

Ma non posso fare a meno di chiedermi cosa ci riserverà il futuro. Se da qui a 10 anni, i consolidati – ma fluidi – schemi che caratterizzano il mestiere dei poveri sciagurati che fanno delle parole la loro professione sono destinati a cambiare, è possibile provare a disegnare già da adesso – magari a matita, senza esagerare – i contorni di quel futuro?

Il futuro, se non ve ne siete ancora accorti, non fa che avvicinarsi sempre di più. Ormai non c’è tecnologia capace di sedimentare, innovazione capace di colpirci per più di qualche attimo fugace, stupore destinato a toccarci nel profondo, e restare. Un battito di ciglia, ed eccola lì: l’ennesima novità che stavamo tutti aspettando.

E con l’intelligenza artificiale, se i calcoli di alcune delle menti contemporanee più brillanti sono esatti, queste evoluzioni diverranno via via sempre più frequenti, e forse incontrollabili.

Quando l’Intelligenza artificiale entrò nelle redazioni

Non più tardi dello scorso febbraio, il New York Times stilava una panoramica di come alcuni dei giornali più importanti degli Stati Uniti stiano già utilizzando l’intelligenza artificiale nelle loro redazioni.

Il primo dato: l’intelligenza artificiale non è più unicamente appannaggio delle big tech, ma è ormai parte integrante di processi aziendali, flussi di lavoro di qualsiasi livello e, ovviamente, della vita quotidiana.

Nella redazione di Bloomberg, un sistema chiamato Cyborg si occupa di assistere i giornalisti nella creazione di contenuti finanziari. La cosa funziona più o meno così: arriva un report, il sistema in pochi secondi ne analizza finanche gli angoli più oscuri e restituisce alla redazione umana la storia che si cela dietro quei numeri, supportata da fatti e dati. Un terzo dei contenuti verrebbero creati così.

In altre redazioni l’intelligenza artificiale viene utilizzata per scrivere articoli riguardanti lo sport a livello universitario – qui però i reporter devono preparare in anticipo i diversi scenari, che poi saranno assemblati dalla macchina una volta conosciuto il risultato finale.

Ancora, altri stanno testando la capacità di trascrivere interviste – agli Dei piacendo – e scovare fake news.

Se poi ve lo siete perso, qualche giorno fa è uscita la notizia del generatore di testi di Open Ai, la compagnia di ricerca no profit fondata da Elon Musk, il cui algoritmo, chiamato Gpt2, è stato ‘addestrato’ con circa 10 milioni di articoli. Il risultato è presto spiegato: dato un qualunque incipit, l’algoritmo lo prosegue senza incappare negli errori più comuni delle macchine e risultando del tutto plausibile. Una volta ‘letti’ i primi paragrafi di un articolo del Guardian sulla Brexit, pare che l’intelligenza artificiale abbia redatto l’articolo con dati e frasi adeguati, inserendo una dichiarazione della premier Theresa May circa l'”urgenza di uscire dall’Europa il prima possibile”.

Intelligenza artificiale: scegliere di non avere paura

E qui il secondo dato: a differenza del digitale, pare che la sfida dell’intelligenza artificiale non faccia paura. Quando il digitale fece la sua prima comparsa, le testate giornalistiche lo videro come un affronto e molti non ne colsero le vere possibilità. Il risultato: un ritardo nell’integrazione tra carta, digital e nuovi media che ha fatto sparire un sacco di testate e che si riverbera ancor oggi su alcune delle sopravvissute, seppur blasonate.

Sebbene per natura i giornalisti dovrebbero essere tra le categorie più curiose e fisiologicamente adatte all’evoluzione, in molti si sono chiusi davanti alle promesse del digitale, ancorati a un passato d’oro che si ergeva su un cumulo di ricordi destinati a cedere sotto il peso della propria inconsistenza. In molti non hanno colto quella sfida come una pioggia fresca nel bel mezzo dell’afa estiva, come una sferzata di corrente a circuiti cerebrali assopiti e avvolti su loro stessi. In molti, in poche parole, non ci hanno creduto e in molti, ancora oggi, nonostante tutto, non ci credono.

Ecco, con l’intelligenza artificiale, almeno oltreoceano, mi pare che l’approccio sia totalmente opposto. Piuttosto che combatterla, guardarla con sufficienza, riderne sotto i baffi, questa tecnologia che in molti pensano decreterà la fine dell’umanità sembra che stia trovando una propria dimensione, un proprio posto alla scrivania, senza scomodare facili allarmismi né tantomeno esagerati squilli di trombe.

Ma l’ingegno

Quando si parla di scienze – sì, so che a molti non piace ma anche la comunicazione è una scienza, definitela pure “delle merendine”, noi continueremo a studiarla a testa alta – la prima cosa che a me viene in mente è che calcoli, algoritmi, grafici e chissà quali altre diavolerie per me astruse non sono in grado di replicare la profonda complessità dell’ingegno umano. 

E quando si parla di scrivere, di trasmettere qualcosa che sia più del mero trasferimento di informazioni, di toccare alcune delle corde più recondite dell’intelletto e della sostanza nascosta dell’uomo, io ancora non mi figuro una macchina capace di farlo.

Può la più perfetta delle macchine parlare la lingua della nostra umanità? Sicuramente può apprendere la nostra storia in pochi istanti, e conoscerla meglio del miglior professore del mondo. Ma possono i suoi circuiti essere alimentati da millenni di vento tra gli alberi, giorni che seguono le notti e notti a guardare stelle che ascoltano stanche i nostri perché? Possono mai accogliere e lasciar scorrere anni di cuori che battono, di menti che pulsano, di sudore e fame e sete?

Una visione più ampia

Temo che finché ci soffermeremo su queste questioni, saremo condannati a perdere il senso più ampio. Perché, per come mi pare di averla intesa, l’intelligenza artificiale forse non sostituirà l’ingegno umano così come lo conosciamo noi. E probabilmente nemmeno le interessa.

Quello cui aspira è portare l’ingegno a un livello che per ora solo pochissimi sono capaci di scorgere all’orizzonte, o che tentano di afferrare in qualche notte dai sogni agitati.

C’è una dimensione verso la quale ci stiamo evolvendo in cui siamo già immersi e che comunque non siamo in grado di cogliere?
Quel che vorrei imparare a fare è smetterla di considerare l’intelligenza artificiale come un giocattolo che ci diverte nei momenti di noia casalinga o come un mero sistema sofisticato che ci semplifica il lavoro.

Forse, se per una volta volessimo cercare di essere precursori di quel che il domani ancora non ci svela, potremmo provare a vederla come l’evoluzione che non leggeremo sui libri, ma a cui finalmente ci sarà dato di assistere: la nuova era cui l’umanità è destinata. 

O, per abbandonarci a qualche ideologia fantascientifica: la nuova era cui la mente umana è destinata.

 

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